
Trovo subito il portone che stavo cercando. Entro. Fortuna che al telefono mi avevano dato delle indicazioni – e giuste, per giunta. Imbocco la via degli ascensori. Quinto piano.
Esco dal pianerottolo e mi trovo davanti la sala d’aspetto. Vaccinazioni infantili. Genitori e bambini in attesa. Qualcuno in lacrime. “Eh, no.“, penso. Giro per i corridoi deserti. Poi decido di chiedere in sala d’attesa se è noto dove reperire qualcuno cui chiedere indicazioni. Un padre spiritoso mi guarda “Per andare dove devo andare, dove devo andare?“. Accenno un sorriso di circostanza. “Comunque le consiglio di fare irruzione in qualche sala visite senza farsi troppi problemi“. Nuovo sorriso, meno convinto del precedente, e decido di rifare il giro dei corridoi.
Mi apposto nella stanza che ritengo essere quella giusta, decisa ad aspettare ancora qualche minuto prima di “irrompere”. Da una porta esce un ragazzo con un cerotto bianco che spicca su un braccio. Si siede su una delle tante sedie vuote, le mani sulla testa, come ad evidenziare un gran senso di smarrimento. Inizia a tremare, si accascia su un lato e sviene, cadendo rovinosamente a terra. Rimango impietrita per un istante. Poi, non sapendo come altro aiutarlo, mi metto ad gridare “E’ svenuto!” ripetute volte, finché il medico e la donna che accompagnava il poveretto non accorrono.
Rientrato l’allarme, il medico si volta verso di me “Anche lei deve fare il vaccino?“. “Si.“, mentre la mia voce interna sussurra “Pazza, fuggi finché sei in tempo!“.



