
November’s word is “soon”. It sounds better than “never”, but in a way too indefinite and uncertain.
December’s must be “wait”.

November’s word is “soon”. It sounds better than “never”, but in a way too indefinite and uncertain.
December’s must be “wait”.

Se Zaha Hadid può disegnare delle scarpe, posso farlo anch’io.
E riflettendo quest’affermazione si è presto tramutata in una domanda – che stano. Posso farlo anch’io?
Posso. Potrei. Certo. E certo è che avrei seri problemi a venderle.
Sarà davvero una questione di tempi giusti o sbagliati, bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti? Saranno solo sogni luminosi?


Passiamo alla carta. Ho comprato un blocco e delle buste. Fa sempre comodo. Alla fine ho più tempo per scrivere sul treno che a casa, sulla carta che al computer. Poi mi va di scrivere, sebbene un foglio 9×17” sia a dir poco scomodo. E’ incredibile come alcuni millimetri cambino la percezione di un foglio. Avrei il mio libretto, stracolmo di ciò che mi viene incontro, ma le sue preziose pagine non hanno la pretesa di girare il mondo. OK. Basta. Scrivo e torno sulla terra. Scrivo in stampatello però, spero non ti faccia troppo male agli occhi.
Non ho garanzie che quello che ti mando possa essere di tuo gradimento, però, se hai voglia, ascoltalo.
Ha una sua storia, una mia. Te la scrivo.

Salita. Giro qua e là per strade dove non mi ero mai avventurata. Svolto a caso e scopro scorci nuovi, meno noiosi.
Discesa. Un uomo mi ferma e mi chiede qualcosa, indicandomi la strada dalla quale provenivo.
“I’m sorry. I’m not from here.” gli dico.
“But… did you understand my question?” mi fa lui.
“No.”
E allora ripete la domanda, che suonava all’incirca così “Is this the easiest way?”.
Lo guardo in attesa di informazioni supplementari. Mi guarda perplesso.
“To go… where?”
Ripete la stessa domanda, seccato.
“I have no idea where you are going, how can I tell you what’s the easiest way?!”.
Si allontana mandandomi a quel paese con un gesto della mano.
Continuo a scendere. E ritrovo uno dei miei bar. Una donna si avvicina mentre bevo la mia birra. Mormora qualcosa.
“I’m sorry. I don’t speak French.”
“But you speak English.”
“Ye…”
“Sometimes… don’t you hear like a voice?”, m’incalza.
“Well… No.”
“…”
“…”
Si allontana.
[Mi sento una spugna. Questo m'appiattisce.]

Si legge in giro di gente che s’incontra in metropolitana. E poi forse si scontra (con la realtà?). E poi…

Battery Park. Non faceva parte del programma, l’ho deciso lì per lì. Dalla prima volta a New York non era più capitato. Passeggiando mi sono chiesta come si possa pensare di andar via da qui. Per qualche istante ho pensato “Io rimango”. Potrei farlo, ma a rifletterci bene ho capito che non me la sento.