Ho un amico che si imbarazza – forse ne ho già parlato – per situazioni “scomode” vissute da altri, finanche in un film. Rileggo vecchie frasi. E si che mi sento a disagio.
Andavamo verso l’aeroporto, passando per la maledetta isola. Ogni semaforo rosso. L’autista che procedeva lento anche nelle strade più deserte. Ogni cosa sembrava volermi trattenere ancora un po’. Ma la città, dietro, continuava ad allontanarsi. E durante quella marcia dal ritmo alternato cominciavo a domandarmi cosa mi trattenesse.
Povera piccola Julie Newmar. Di nuovo alle prese con un mondo che gira al contrario. C’è da dire che la goccia cinese le fa un baffo. Però.
Che male c’è? Strappare via quel velo di insoddisfazione e non gratificazione. E gettarsi tra le braccia immateriali di un consolatore lontano, distante anni. E, vagando tra i ricordi distorti di attimi concitati…
Vedere qualcuno felice e, inevitabilmente, smontare quella gioia – seppur col pensiero – sentendosi meschini. Merito di una soglia di soddisfazione più alta.
Ci si dice tante cose, si mette in piazza solo e sempre ciò che si ritiene opportuno. Poi, quando arriva il momento, si lascia che le parole muoiano in gola, soffocate sotto dense boccate di noia. E paura.
Aver bisogno di costruire e automaticamente distruggere, sempre per necessità. Poter sperare e invece agognare. Sogni, da non realizzare. Ambizioni, da frenare.
Passiamo alla carta. Ho comprato un blocco e delle buste. Fa sempre comodo. Alla fine ho più tempo per scrivere sul treno che a casa, sulla carta che al computer. Poi mi va di scrivere, sebbene un foglio 9×17” sia a dir poco scomodo. E’ incredibile come alcuni millimetri cambino la percezione di un foglio. Avrei il mio libretto, stracolmo di ciò che mi viene incontro, ma le sue preziose pagine non hanno la pretesa di girare il mondo. OK. Basta. Scrivo e torno sulla terra. Scrivo in stampatello però, spero non ti faccia troppo male agli occhi.
Non ho garanzie che quello che ti mando possa essere di tuo gradimento, però, se hai voglia, ascoltalo.
Ha una sua storia, una mia. Te la scrivo.
Da giorni si dibatte sullo stato delle cose – stato che potrebbe ribaltarsi o riabilitarsi da un momento all’altro, se non rimanere intatto per lungo tempo – e del potere mediatico che induce comportamenti, “braccino” compreso, a tratti assai ragionevoli tanto quanto, al contrario, prepotenti e immotivati.