
Mentre il posacenere si riempie, conto le parole mai dette, includendo quelle che non vorrò pronunciare, arrotondando per eccesso in virtù di quelle ancora mai pensate.

Mentre il posacenere si riempie, conto le parole mai dette, includendo quelle che non vorrò pronunciare, arrotondando per eccesso in virtù di quelle ancora mai pensate.

Traballa la nuvola. Traballa. Al ritmo di una musica che suona invincible, invisible. Del frastuono assillante di un telefono che non squilla. Sotto la spinta immobile di un Ariete che la sfonda. Di due.

Ho preso tutto quello che m’è rimasto e l’ho portato in alto, dove il cielo è sempre sereno. L’ho messo in salvo dal temporale. Distesa su questa prateria immateriale, mi godo il calore che ancora l’autunno mi regala.

Spera. E spero anch’io. Ma il valore che attribuiamo a questo sentimento è forse diverso.
Speranze poi. Direi voglie. Da soddisfare.

Riemergono frasi dal passato.
Si cristallizzano qui. Tra il desiderio di programmare qualcosa di già sperimentato, ma dal sapore totalmente nuovo, e il non volerci neanche pensare. Per paura di.

Qualche volta vorrei essere dei Gemelli – se non posso essere la metà buona di me – e godere della dualità dei miei sentimenti, vivendoli entrambi, a giorni alterni.

Al posto sbagliato, al momento sbagliato. Anche se. Chi l’ha detto? Potrebbe essere solo un punto di vista, una convinzione erronea.
Mi sento eccentrica.

Trovo subito il portone che stavo cercando. Entro. Fortuna che al telefono mi avevano dato delle indicazioni – e giuste, per giunta. Imbocco la via degli ascensori. Quinto piano.
Esco dal pianerottolo e mi trovo davanti la sala d’aspetto. Vaccinazioni infantili. Genitori e bambini in attesa. Qualcuno in lacrime. “Eh, no.“, penso. Giro per i corridoi deserti. Poi decido di chiedere in sala d’attesa se è noto dove reperire qualcuno cui chiedere indicazioni. Un padre spiritoso mi guarda “Per andare dove devo andare, dove devo andare?“. Accenno un sorriso di circostanza. “Comunque le consiglio di fare irruzione in qualche sala visite senza farsi troppi problemi“. Nuovo sorriso, meno convinto del precedente, e decido di rifare il giro dei corridoi.
Mi apposto nella stanza che ritengo essere quella giusta, decisa ad aspettare ancora qualche minuto prima di “irrompere”. Da una porta esce un ragazzo con un cerotto bianco che spicca su un braccio. Si siede su una delle tante sedie vuote, le mani sulla testa, come ad evidenziare un gran senso di smarrimento. Inizia a tremare, si accascia su un lato e sviene, cadendo rovinosamente a terra. Rimango impietrita per un istante. Poi, non sapendo come altro aiutarlo, mi metto ad gridare “E’ svenuto!” ripetute volte, finché il medico e la donna che accompagnava il poveretto non accorrono.
Rientrato l’allarme, il medico si volta verso di me “Anche lei deve fare il vaccino?“. “Si.“, mentre la mia voce interna sussurra “Pazza, fuggi finché sei in tempo!“.

Scrivo. Scrivo. Mi fermo. Cancello. Scrivo. Cancello e riscrivo. Ma il nodo non viene al pettine. E mi chiedo – ancora e ancora e ancora – se sia davvero la decisione giusta. Perchè ogni passo che faccio verso quella porta, è ovvio, mi pone un passo più vicino a quella porta. E un passo più lontana da dove sono. Ed è come se questa camminata, poi, non si potesse ripercorrere nella direzione inversa.
Non è così. Eppure…
E poi ripenso ai sogni del risveglio. Che siano loro a trarmi in inganno?