
Passiamo alla carta. Ho comprato un blocco e delle buste. Fa sempre comodo. Alla fine ho più tempo per scrivere sul treno che a casa, sulla carta che al computer. Poi mi va di scrivere, sebbene un foglio 9×17” sia a dir poco scomodo. E’ incredibile come alcuni millimetri cambino la percezione di un foglio. Avrei il mio libretto, stracolmo di ciò che mi viene incontro, ma le sue preziose pagine non hanno la pretesa di girare il mondo. OK. Basta. Scrivo e torno sulla terra. Scrivo in stampatello però, spero non ti faccia troppo male agli occhi.
Non ho garanzie che quello che ti mando possa essere di tuo gradimento, però, se hai voglia, ascoltalo.
Ha una sua storia, una mia. Te la scrivo.
Non sono in grado di descrivere le cose in maniera coerente. Non so dir bene cosa abbia voluto dire, ma so per certo che ha significato molto.
Più che cambiarmi la vita – non scadiamo negli eccessi – mi ha colpito e scosso in un momento di transizione. La colonna sonora di un periodo di svolta. Mi pare fossimo in tema giorni fa, deve essere per questo che m’è tornata in mente tutta la faccenda.
Smetto di divagare, provo a raccontare. Ma bada, ho il mio blocco e sono seduta in uno dei miei posti a Brooklyn, a bere birra molto forte. In sottofondo c’è Prince, che non m’ispira affatto, ma confido che a breve cambieranno repertorio.
Vado.
Quasi tre anni di vita vissuta dopo sette assolutamente catatonici. Dopo qualche mese nel nuovo studio, quello di Roma, è arrivata una persona ad alleviare, seppur temporaneamente, le mie sofferenze progettuali e la mia solitudine in un ambiente ancora molto ostile. P., questo il suo nome, è stata un personaggio chiave. Un giorno porta con se questo CD. Lo sento. Mi piace. Lo copio. Comincio ad ascoltarlo. Lo ascolto ancora. Non smetto. Tutto suona familiare – con quello che entra a casa mia non poteva essere altrimenti. Ho già sentito roba simile? Altri brani, rimossi? Non invocherò il caso. Credo che i tempi non fossero maturi.
Sarà stata la musica stridula, commista ad uno stato d’animo particolare, il classico riconoscersi in testi e situazioni. Suona perfetto. E’ perfetto. E a maggio esplodo in una delle mie primavere più significative, rimettendomi in discussione. Chiudo una storia che sa di stantio, irrimediabilmente ridotta a routine. Mi getto, prendendo una sonora bastonata, ovviamente. Ancora ne pago le conseguenze, ma ancora penso di aver fatto molto, molto, molto bene.
A tirarne le somme, s’è trattato di un anno indubbiamente pesante. Acquisto molto, avvicinandomi a quelli che ora considero i miei amici migliori. Comincio ad avere un rapporto via via più stretto con M.
Cambio disco, ad un certo punto. Ma la musica rimane la stessa.
P. va è viene, una carta magica. Quando riappare temo il peggio, quasi fosse una figura dei tarocchi. Dopo mesi di assenza si riaffaccia alla porta. Riprende l’ascolto. Tiro le somme. Lavoro, New York, vacanza, concerti. Prendo M. e ci imbarchiamo verso due giorni di musica su un’isola ai confini della realtà, in mezzo, tra Manhattan, Queens e il Bronx.
Non ho mai visitato gli Stati Uniti prima. A dirla tutta credevo sarebbero stata l’ultima meta da raggiungere oltre oceano, anche dopo il Canada. New York è fuori dalle mie rotte, viene dopo Chicago e San Francisco. Dopo Los Angeles.
E invece… invece mi ritrovo tra gli Yankee, una masnada, tra polvere e fango. E di fronte a loro, a me, l’amico immaginario. E’ lì, alto. E’ quello con cui non hai bisogno di scambiare molte parole, perché sguardi e gesti parlano da soli. Quello che non sai bene chi sia, ma poco importa perché è impossibile sottrarsi a un tale magnetismo. Perché in tutto leggi che, come te, si demolisce e ricostruisce. Cerca la sua dimensione. Condivide. Non un genio, direi piuttosto un essere umano.
Un complice dell’impalpabile, di quello che non riesci a spiegare. Sensazioni.
E uno stato d’animo che si manifesta dal giorno dopo, portandomi a vivere il resto di quei pochi giorni di stand-by in cerca, sebbene io non distingua affatto la forma dell’oggetto ricercato.
Per lui riprendo l’aereo e M. in dicembre, per tornare qui. Conosco C. Perdo M. Poco dopo perdo C. Eppure sono di nuovo a New York, con una testa sulle spalle ben diversa da quella che avevo tre anni fa. Demolita e di nuovo in fieri, in attesa di capire cosa debba succedere ora. Indecisa se ascoltare ancora quel disco, ché a tratti punge come uno spillo.
Sono a un passo dall’amico invisibile, ma non lo cerco. Sono a un passo dal restare.
Penso a questa storia come ad una favola. E’ infantile. E’ strano come certe cose – come la musica – siano in grado di portare dall’altra parte. Di spostarti.
Della mia favola, oggi, rimane il ricordo. E una cartolina comprata all’inizio del viaggio. Bianca. Quadrata. Sopra c’è scritto “Everything happens for a reason”. E’ custodita in un cassetto, lì a casa, al sicuro come un gioiello.
Nello stesso cassetto, scritta poco più di due anni fa, in uno stampatello che fa male agli occhi – e mai spedita – c’era anche questa. Il blocco. Ricordi di viaggio. I pezzi per ricostruirmi. Se vorrò, quando vorrò.
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